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Feb 18, 2015 - arte contemporanea    No Comments

Carrara: 36 segni d’amore

 

Feb 16, 2015 - arte contemporanea    No Comments

Lucca: Marco Calvani

 

Chiuso nello studio, avvolto nel silenzio e aperto all’ascolto dell’anima delle cose, il pittore  pisano Marco Calvani cerca di dare voce all’essenziale attraverso il linguaggio della realtà e della natura. Nascono così le opere che presenta nella sua personale “Le vie dell’oltre” allestita nel Lu.C.C.A. Lounge&Underground dal 17 febbraio al 15 marzo 2015, aperta al pubblico con ingresso libero. L’inaugurazione alla presenza dell’artista si terrà sabato 21 febbraio alle ore 17,30.

 

“Calvani – spiega Massimo Dell’Innocenti – è un uomo che ricerca la religiosità delle cose. Girovagando nel silenzio misterioso dello spazio che sta fra lui e il cavalletto, Calvani all’interno del suo studio di S. Anna sonda l’eterno mistero dell’uomo sulla terra, prosegue come i maestri passati a guardarci da dietro il vetro dipingendo con la serenità del viaggiatore, coltivando il mistero del perché ci si possa legare con lo spazio di un quadro e più ancora del perché l’uomo pittore possa dedicarsi tutta una vita per la sua costruzione”.

 

Persone o oggetti di uso familiare vengono riletti sotto ottiche altre, rimanendo pur sempre riconoscibili, per diventare ritratti psicologici di un mondo interiore.  “Si rimane segretamente attratti dalla pittura di Calvani – prosegue Dell’Innocenti – perché appunto ci svela, nascondendo, quanto ancora sia possibile fare con gli strumenti tipici della pittura senza l’appoggio di null’altro”. La pittura di Calvani non vuole infatti stupire o impressionare il pubblico, ma far meditare su qualcosa di prezioso, invisibile ai nostri occhi, alla ricerca di verità più profonde.

 

 

                                                                       

 

Note biografiche di Marco Calvani

Nato a Pisa nel 1970, risiede a San Casciano di Cascina (PI).

Dopo il Diploma di Maturità d’Arte Applicata nella sezione Arte del Vetro e del Cristallo all’Istituto d’Arte di Pisa, dal 1989 al 1993 prosegue gli studi all’Accademia di Belle Arti di Firenze, alla scuola di Pittura del professor Silvio Loffredo e successivamente in quella del professor Giancarlo Caldini. Segue sin dal 1990 il corso d’Incisione sotto la guida dei professori Alberto Manfredi e Amedeo Lanci.

Nel 1992, in occasione del bimillenario della morte di Orazio, illustra con quattro incisioni il libro Orazio, sette odi, traduzioni di P. Lecis. Nel 1995, in occasione del centenario del cinema, realizza un’incisione pubblicata, insieme a quelle di altri sette artisti, all’interno di una plaquette a tiratura limitata curata dallo scrittore e storico del cinema Leopoldo Paciscopi.

Nel 1997 tiene un corso di discipline pittoriche presso la scuola privata “Accademia del Giglio” di Firenze.

 

Premi e mostre

1990 Premio di Pittura La Verna (4ª edizione), Biblioteca di Chiusi della Verna (AR).

1991 Concorso di Pittura e Grafica “Il Gioco”, Accademia delle Arti del Disegno, Firenze.

1992 La Scuola dei Pittori, Galleria Via Larga, Firenze.

1993 I Ferri del Mestiere, Galleria Via Larga, Firenze; Biasci scultore, Calvani pittore, Centro Mirò, Montecatini Terme.

1994 Biasci, Calvani, Dell’Innocenti. Disegni, Galleria Artemisia, Pisa.

1995 Marco Calvani, dipinti e disegni, Caffè Storico Letterario Giubbe Rosse, Firenze.

1997 Artisti in Collezione, Centro Studi, Firenze.

1998 Concorso Nazionale di Pittura, Scultura, Grafica, Volume, Racconto e Poesia, Città di Riparbella (PI).

2000 Biennale dei Giovani Artisti, Pisa; Giubileo e Artisti Pisani, Pisa.

2003 XXI Premio Firenze, Firenze.

Feb 13, 2015 - arte contemporanea    No Comments

Carrara: Thomas Hostetter

 

PER PRESENTARE questo a dir poco ambizioso progetto Thomas Hostettler ha lasciato la sua Berna ed è sceso in quella che considera a tutti gli effetti la sua terra d’adozione trascinandosi dietro un enorme modellino del suo «Marmoleo». «Ho cominciato a venire in questa città negli anni 70 – racconta Thomas Hostettler seduto a un tavolo della lega dei cavatori di Torano –. Volevo imparare non solo a scolpire, ma anche a conoscere fino in fondo il marmo. Per questo mi sono fermato qui a lungo, lavorando in cava, in segheria e nei laboratori. Da allora sono sempre rimasto legato a questa terra e alla sua gente e ancora oggi torno giù ogni volta che posso».

NEL CORSO degli anni Thomas è stato testimone dei tanti cambiamenti che hanno investito la città. «Rispetto al passato – dice lo scultore svizzero – mi sembra tutto un po’ più triste. Penso al teatro degli Animosi, al Politeama o anche al Museo del marmo. Anche da qui è nata la mia volontà di regalare a questa città che amo un progetto grandioso». Neldisegnare il suo «Marmoleo» Thomas Hostettler non ha pensato tanto ai costi o alla sua facilità di collocazione, ma solamente a esprimere in un’unica grande opera tutto quello che per lui è la magia della nostra terra. «Tutto – dice Thomas – è cominciatio come un sogno, poi ho deciso di iniziare a lavorare a questo grande monumento. Voglio dedicare questa opera a tutta la città. Voglio che sia un monumento che faccia da padrino alla storia di questa terra dove l’escavazione del marmo va avanti senza sosta da oltre 2mila anni. Vorrei che del ‘Marmoleo’ se ne parlasse in Italia, ma anche all’estero e che richiamasse visitatori da tutto il mondo».

CON ANCORA negli occhi il riflesso del suo sogno di tanti anni fa, Thomas Hostettler racconta così il suo progetto. «Sarebbe bello costruirlo su un’isola artificale al largo del porto, collegata alla terra ferma con un servizio di barche. Il ‘Marmoleo’ – spiega il suo ideatore – dovrà avere forma circolare e un diametro complessivo di 50 metri. Su una piattaforma di cemento dovranno essere disposti 250 blocchi di altezze diverse che saranno irregolare in maniera irregolare dall’esterno verso il centro. L’intera struttura – continua lo scultore – sarà ricoperta da un tetto di cemento con un grande buco al centro. La copertura avrà una leggera pendenza verso il centro in modo che l’acqua piovana possa scivolare e dare vita a una cascata. Mentre nella parte esterna del monumeto i blocchi saranno disposti in maniera casuale, più ci si addentrerà, più questi seguiranno un ordine ben preciso. Al centro, sotto la grande apertura nel soffito ci sarà un anfiteatro, mentre sui quattro grandi blocchi centrali sono incisi vecchi detti dei cavatori e poesie scritte da Michelangelo Buonarroti».

Claudio Laudanna

Feb 12, 2015 - arte contemporanea    No Comments

Firenze: Massimo Bartolini

Elena Magini

La personale di Massimo Bartolini (Cecina, 1962) presentata negli spazi del Museo Marino Marini si contraddistingue per l’uso randomico di materiali e linguaggi, che assieme all’interesse per una percezione rinnovata degli oggetti, caratterizza da sempre la produzione dell’artista toscano.
La relazione che in mostra si stabilisce tra opere e contesto non è da intendersi solo in senso spaziale e fisico, ma anche secondo una prospettiva intellettuale, culturale e storica, che vede gli oggetti esposti tracciare una connessione diretta con la scultura di Marino Marini e con l’architettura rinascimentale di Leon Battista Alberti. Per Bartolini la mostra «è fatta in loro presenza», attraverso nuovi lavori concepiti specificatamente per questa occasione e opere precedenti, che ricontestualizzano le riflessioni ricorrenti dell’artista sulla scultura e sulla relazione che essa istituisce con l’ambiente.
La mostra prende avvio all’interno della Cappella Rucellai con l’opera Revolutionary Monk(2005), riproduzione di un monaco birmano nella posizione del Bodhisattva; la scultura collocata al centro della sala, frammenta lo spazio grazie alla sua rotazione continua e mette simbolicamente in dialogo pensiero antico e rinascimentale, religione e laicità, cultura occidentale e orientale.
Sempre all’interno della cappella Airplane (2014), un basamento in marmo la cui faccia superiore riproduce le forme di un aeroplano di carta dispiegato, problematizza il rapporto tra materia e pensiero, tra la solidità esibita dalla scultura e la levità evocata dal rimando al modellino cartaceo.
Massimo Bartolini, Revolutionary Monk, 2005. Ferro, motore, legno, 133 x 44 x 44 cm. Courtesy Massimo De Carlo, Milano/Londra Crediti Dario Lasagni
La preziosità della colonna in marmo bianco sancisce inoltre una stretta relazione con le tarsie policrome del sepolcro dell’Alberti: l’affinità materica dei due oggetti li pone in una continuità non solo fisica ma anche ideale e concettuale.
La dimensione intellettuale della scultura diviene oggetto di una riflessione che si sviluppa anche mediante azioni (nella performance La scultura lingua morta) e “traduzioni tecnologiche”: all’interno della cripta del museo Il Giocoliere (2014) propone una sorta di crasi tra la riproduzione di un’omonima opera di Marino Marini (attraverso una serie di coordinate numeriche che ne restituiscono la scansione in 3D, chiamate in gergo “nuvole di numeri”) e gliStudi di Nuvole di Constable. La stampa su carta delle coordinate della scultura di Marini ricopre un’enorme parete, come una sorta di affissione pubblica, sovrapponendosi alla copia dell’opera del pittore romantico: la riproducibilità ricercata dei gesti – scultoreo e pittorico – si fonde nelle due dimensioni del muro e allo stesso tempo viene negata per l’impossibilità di una resa fisica e reale de Il giocoliere di Marini. La scultura diviene simulacro di sé stessa, l’immagine numerica può solo evocare l’idea dell’oggetto e la complessità del gesto creativo che l’ha generato.
Elena Magini per exibart

 

Feb 10, 2015 - arte contemporanea    No Comments

Prato: L’arte contemporanea è morta

Il titolo è tutto un programma: “La fine dell’arte contemporanea: dall’orinale all’orale”. A discuterne, domani al Centro Pecci di Prato, saranno il direttore Fabio Cavallucci e il critico italiano più famoso, di casa negli Stati Uniti, Francesco Bonami.
Le domande sul piatto? Fondamentalmente una sola, ma vastissima: che ne sarà dell’arte contemporanea nel momento della sua “esplosione” nella rete? Ecco, quel momento è sotto i nostri occhi quotidianamente, ed è stato teorizzato dal piccolo libro intitolato Dopo l’arte diDavid Joselit, che traccia un’analisi in cui l’opera passa dall’epoca della sua riproducibilità tecnica all’epoca della proliferazione sul web, e non solo.
Bonami, per sua natura istrionico e votato alla diffusione dell’arte contemporanea anche, e soprattutto, ad un pubblico di non addetti ai lavori, si metterà in scena per un resoconto di come dalle Avanguardie del Novecento e dall’orinatoio di Marcel Duchamp si è arrivati alle opere dell’artista inglese Tino Sehgal, dove l’oggetto sparisce e il lavoro si fa tanto immateriale da non possedere nemmeno una traduzione visiva o scritta. Con il veto di essere fotografato, può essere invece ceduto esclusivamente con un contratto orale, superando anche gli interventi di un altro grande soverchiatore dell’arte del ‘900: Yves Klein, con le sue zone d’immaterialità.
Bonami, insomma, sarà la guida irriverente che ci aiuterà a capire se e cosa troveremo in futuro nelle sale dei musei, tradizionalmente intesi. Continuando così l’indagine del Pecci sull’arte di oggi prima della sua riapertura, con il ciclo “Changes/Cambiamenti”, «rassegna nata per cercare di comprendere dove stia andando il mondo, quanto sia importante captare i cambiamenti sociopolitici che stiamo attraversando, e quanto le attività culturali siano interrelate con quelle politiche», spiega il direttore Cavallucci. Ingresso libero.
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