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Ago 17, 2014 - a volte ritornano    No Comments

Lucca: Soldati a 4 zampe

 

Inizia lunedì 18 agosto l’ottava edizione delle ormai tradizionali conversazioni napoleoniche che si tengono nel chiostro di San Micheletto (Lucca), a ingresso libero, all’interno del progetto “Da Parigi a Lucca: il gusto di vivere al tempo di Napoleone e Elisa”, ideato da Roberta Martinelli e realizzato con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e della Fondazione di Livorno, con la collaborazione del Comune di Lucca e della Provincia di Lucca e del Cineforum Cinit Ezechiele 25,17.

A partire dalle 21,30, alternandosi sul palco, Velia Gini Bartoli e Simonetta Giurlani Pardini parleranno di “Soldati a 4 zampe: nati con e senza la camicia”. Nella prima parte della serata saranno protagonisti i cani che seguono i tamburi, cani che seguono i padroni (sino alla tomba), cani che combattono al fianco dei propri umani, cani in guerra: mascottes, soldati, guardie notturne, ausilio nel soccorso, trambusto in cambusa, consolazione nella disperazione. Anche tra i soldati di Napoleone infatti, i cani hanno fatto la loro parte alla conquista del mondo e della gloria. Moffino, Moustache, Tofino… Tra di loro, alcuni sono stati insigniti della medaglia d’oro al valor militare.

Nella seconda parte si parla di altri cani che, invece, nati con la camicia, talvolta veri e propri status symbol, sedevano nei salotti: oggetto di cure, attenzioni e vizi delle loro signore, simboli di potere e nobiltà d’animo (e di ceto), importanti come Fortune, il carlino di Giuseppina che impediva l’accesso dell’Imperatore alla camera della moglie, o i compagni della seconda consorte Maria Luisa. Sempre inseparabili, anche nei ritratti.

Una serata dedicata al mondo visto dai quattro zampe in base a documenti, libri, quadri e medaglie. Ovviamente, aperta anche ai diretti interessati. Le conversazioni proseguono martedì 19 agosto alle 21,30 con “Intrigo internazionale a Sant’Elena. Un governatore, un medico e l’Imperatore”, di Peter Hicks, docente universitario di storia, storico e responsabile delle relazioni internazionali della Fondation Napoléon di Parigi, e mercoledì 20 agosto sempre alle 21,30 con “Un regista alle prese con Napoleone. Abel Gance e il suo film leggendario”, di Pier Dario Marzi, in collaborazione con il Cineforum Cinit Ezechiele 25,17. Come di consueto, al termine della serata sarà possibile gustare qualcosa di fresco gentilmente offerto dalla Pasticceria Pinelli. Info su http://napoleoneeilsuotempo.wordpress.com e suwww.facebook.com/napoleonidi

@loschermo

Ago 14, 2014 - a volte ritornano    No Comments

Colognora (LU): Una sala museo per Alfredo Catalani

 

Verrà inaugurata , la Sala/Museo intitolata ad “Alfredo Catalani”, presso il Museo del Castagno di Colognora di Pescaglia, in collaborazione con il Circolo amici della musica “Alfredo Catalani”di Lucca e  Porcari.

Il lungo percorso per arrivare all’apertura della sala/museo è iniziato molti anni fa, grazie sopratutto ad Angelo Frati, presidente del Museo del Castagno, il quale in collaborazione con il Beppino Lenzi, allora sindaco di Pescaglia, si è prodigato nella raccolta di testimonianze sul legame tra Colognora e Alfredo Catalani, il cui ceppo famigliare ancora oggi numeroso ed esiste nel piccolo borgo di Colognora fino dal lontano milleseicento.

All’evento saranno presenti sindaci e delegati dei comuni di Lucca, Pescaglia e Porcari, una rappresentanza della Provincia e della Prefettura di Lucca, dei Lucchesi nel Mondo ed inoltre il vice sindaco Jean Michel Strasbach di Pfaffenheim (Alsazia), località gemellata con il museo ed una delegazione del club UNESCO, di cui è presidente Raffaello Nardi.

Nella mostra permanente allestita all’interno della sala/museo, sono contenute, trentasei lettere autografe e cartoline originali di Alfredo Catalani, acquistate dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, riguardanti una corrispondenza avvenuta dal 1881 al 1893, tra il musicista ed il collega Ugo Bassani di Venezia. Corrispondenza dalla quale è possibile apprendere momenti di vita di Alfredo Catalani. Ed inoltre dischi, libretti d’opera, spartiti, dell’epoca, i costumi utilizzati per la messa in scena de “La Wally” a Colognora e recentemente a Lucca; il bozzetto della targa effige realizzata dallo scultore Nicola Biagini, foto di Alfredo Catalani, tra le quali una inedita, ritrovata nell’abitazione della cugina Enrichetta; bassorilievi raffiguranti il compositore lucchese, realizzati in terra cotta e gesso ed una raccolta di pubblicazioni su Catalani. Sarà inoltre possibile ammirare un abito originale appartenuto al soprano Maria Callas, donato al Museo dal presidente del Circolo Catalani, Francesco Pardini.

loschermo

Ago 10, 2014 - a volte ritornano    No Comments

Carrara: Le cantine di Carrara

Carraraonline.com ha ripreso un breve saggio il cui autore è l’estensore di eccolatoscana.

Eccolo:

Un cugino di mia madre che faceva lo spedizioniere, a proposito degli odiati-
amati camalli, diceva:

“Primma annàvan  pe ostàie a béie de barbére; òua vàn in ti bar e béivan di gotti de lète cumme i americhén du cine”.
Questo accadeva nella Genova degli anni Sessanta, ove ero tornato a vivere ed a lavorare come un mulo, attaccato alla macchina da scrivere dieci-dodici ore al giorno  (sabati compresi) all’ufficio registrazioni della più grande ditta italiana di trasporti a collettame dell’epoca.
In quel momento storico, la società italiana si stava trasformando sotto i colpi del consumismo e ne erano segno evidente gli scaricatori di porto che avevano sostituito al barbera delle osterie il latte dei bar.

Prima ancora, però – ed ero poco più che un bimbo – i casi della vita mi avevano portato a vivere una decina d’anni a Carrara, città mineraria e dalle passioni politiche esasperate, proletaria quanto basta ed, a detta di una romana impiegata all’Inps, abitata da alcolizzati.
Questo non era vero; o, almeno, lo era in parte.
Alcolizzati, no: solo qualcuno che aveva finito i suoi giorni a Maggiano od a
Volterra nelle spire del delirium tremens, ma erano davvero pochi. Qualcun altro era, invece,  andato nel mondo dei più per via di cirrosi epatiche allora incurabili: come ora.

Casomai c’erano tanti avvinazzati, nel tardo pomeriggio ed alla sera dopocena.

Il rito era questo: terminato il lavoro alle cave, nelle segherie, nei laboratori di architettura e negli studi di scultura, gli operai non tornavano a casa. Andavano per osterie, che a Carrara si chiamano cantine..
Ed andar per cantine non voleva dire solo visitarne una o due, bere un paio di bicchieri e poi tutti a casa.
No: significava visitare più o meno tutte quelle della città vecchia e di quella ottocentesca.
Dal Cafaggio alla Lùgnola, per capirci; e da San Francesco alla Ghiacciaia.
L’arredo delle cantine di Carrara era composto da un bancone di marmo bianco e di bardiglio grigiastro arricchito da un piano di zinco, ove erano disposti con ordine i bicchieri (bic’réti, bicéri veri e propri e cavalerie: quest’ultime bicchieri da un quarto); poi c’era un acquaio ove lavare i bicchieri, ed uno scaffale dai ripiani di marmo con una serie di fiaschi pieni del vino della casa e qualche mazzo di carte da quaranta piuttosto bisunte. Alle pareti, oleografie di scene di opere: in genere di Verdi
Poche seggiole impagliate sul tipo di quelle da chiesa, ed ancor minor numero di tavoli ove fare qualche partita a briscola , unico gioco ove è ammesso parlare: e, infatti, le partite di briscola che si giocavano nelle cantine di Carrara erano, per i benpensanti, cose disdicevoli, perché spesso intercalate da rosari di mòccoli e di parole sconce. Molte cantine erano gestite da donne, ed allora si andava dalla Mora, dalla Carò, dalla Suntina e via elencando.
Gli osti erano in genere gente del luogo, ma non mancavano i forestieri che vi avevano fatto fortuna: come il Ponsacchino che aveva come specialità le acciughe salate sottolio in salsa di prezzemolo ed aglio, per stuzzicare l’appetito e la voglia di bere ancora.
Per tali nobili scopi, qualcun altro aveva sul banco anche un tegame di terracotta con il piatto che più carrarese non si può: il bacalà’nmarinàt, che è una infernale versione carrarese del baccalà alla livornese, e cioè uno stufato di baccalà cotto nell’aceto in salsa di pomodoro con aggiunta di rosmarino, aglio ed, ad libitum., di peperoncino.
Quante erano le cantine della città? Nessuno ha mai fatto la conta della quantità, ma si può invece dire che c’era già all’epoca una specie di qualità. Una specializzazione, insomma.
C’erano le cantine che mescevano il vino di Sorgnano (rosso), quelle che somministravano quello di Candia (bianco: sia secco (brùsk) sia amabile (dòlz)), sia quelle che avevano il vino della Spondarella sia quelle che avevano quello di Fìcola.
E questo per parlar di prodotti nostrani: di vini, cioè, di produzione del luogo che non andavano oltre l’ambito locale.  Già a Sarzana, per esempio, non  ne conoscevano l’esistenza.
Poi, c’erano altre cantine che sbolognavano vini di incerta provenienza ma spacciati per toscani (Chianti?) e veronesi (Bardolino?); ma erano vini da bicchiere dell’ultima staffa, quando i fumi dell’alcool cominciavano ad annebbiare le menti.
A Marina, poi, alcune cantine mescevano il massaretta, che era un vino violaceo tendente al blu che macchiava i piani di marmo dei tavoli delle cucine e non c’era varechina che tenesse.
Dicono che fosse prodotto da un vitigno piemontese (barbera?)  fatto attecchire nei terreni sabbiosi ancora impregnati di salmastro -residuo dell’arretramento della costa di qualche secolo prima  – che arrivano fino alle porte di Avenza.
E’ ovvio che il massaretta era venduto a poche lire al bicchiere ed era disdegnato dagli intenditori che lo consideravano roba da marinelli: gente, quest’ultima, considerata un  po’ spilorcia, dato che aveva imparato il valore del denaro navigando, ed aveva preso le abitudini dei marinai genovesi.
I carraresi di città e dei paesi a monte, invece, erano di manica molto larga spendaccioni e, di conseguenza, spesso squattrinati.
Solo gli astemi, a volte guardati con sospetto altre con  ammirazione, riuscivano a far studiare i figli e spesso davano loro posizioni socialmente invidiabili: molti medici, ingegneri ed insegnanti, infatti, erano figli di astemi.
Gli altri, invece,  che erano i più, queste cose non riuscivano neanche a concepirle perché tutta la quindicina, salve le poche lire date alle mogli per le cose di ordinaria amministrazione, andava a finire in bevute.
Ed i figli? Continuavano, ovviamente, il mestiere dei padri: cavatori, lizzatori, riquadratori, scalpellini, scapezzatori, sbozzatori, ornatisti e scultori, tantoché la retorica dell’operaismo dell’epoca diceva che i mestieri del marmo si tramandano di padre in figlio.
Poi venne la televisione: il Festival di Sanremo, Lascia o Raddoppia, il Musichiere, Primo Applauso, i varietà con Gorni Kramer e la sua orchestra e le partite della Coppa dei Campioni.
La tivù si poteva vedere solo nei bar un po’ elegantini: e allora, per contentare la moglie,. qualcuno azzardò e comprò un televisore a rate, firmò etti di cambiali, ma cominciò a passare le serate inchiodato davanti a Nunzio Filogamo,  Mike Bongiorno Enzo Tortora, Mario Riva e Niccolò Carosio..
Fu la fine delle cantine di Carrara.

 

 

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Lucca: Celebrando Alfredo Catalani

 Marco Baldocchi
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Le iniziative, patrocinate dal Comune di Lucca, sono state lanciate a Palazzo Orsetti dal sindaco Alessandro Tambellini, dal Presidente del Circolo amici della musica Alfredo Catalani di Lucca e Porcari, Francesco Pardini e dal coordinatore artistico Roberto Del Nista.
Mercoledì 6 agosto, alle 21,15 il Chiostro di S.Micheletto ospiterà una selezione guidata in forma di concerto dell’opera in quattro atti la Wally, ultimo capolavoro di Catalani. L’edizione scelta nella versione per canto e pianoforte è di Carlo Carignani.
Giovedì 7 agosto alle 11 si terrà la messa cantata in suffragio di Alfredo Catalani, nella Chiesa di Santa Maria Nera. Gli eventi sono ad ingresso libero.
In chiusura il sindaco Tambellini ha annunciato in anteprima l’inserimento di un’opera di Catalani nel cartellone del teatro del Giglio per la stagione 2016.
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