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Dic 9, 2014 - archeologia e affini    No Comments

Massa: Dove nasce il fiume Frigido?

ono nella sorgente di Forno alla ex Filanda

 E’ anche attraverso le cavità carsiche del monte Tambura che le acque di cui le Alpi Apuane sono ricche formano il  fiume Frigido. Le colorazioni del torrente che percorre l’Abisso Roversi al suo interno, infatti, hanno dimostrato la connessione di questa cavità con la sorgente del Frigido, che emerge dalla roccia nei pressi della ex Filanda a Forno di Massa. In altri termini, le acque della Tambura emergono dopo un percorso sotterraneo di circa 4,5 km in linea d’aria e alimentano la nostra terra.

L’ABISSO Paolo Roversi – spiegano i geologi – fa parte dell’area carsica della Carcaraia, che si estende nel versante settentrionale del Monte Tambura (1895 m). È questo il settore delle Alpi Apuane dove si concentrano maggiormente i fenomeni ipogei, con oltre 150 cavità esplorate e alcuni sistemi carsici complessi, per uno sviluppo complessivo di oltre 50 km dei condotti sotterranei dell’intera area. L’apertura esterna dell’Abisso si trova a 1710 m di quota, al centro di una depressione doliniforme. Il luogo è molto vicino allo spartiacque principale della catena montuosa, nel tratto che dalla cima della Tambura discende verso il Passo della Focolaccia (circa 1645 m). A fronte di uno sviluppo spaziale di circa 4200 m, l’Abisso Roversi si segnala per il suo elevato dislivello, pari a 1350 m, di cui 100 m ‘positivo’ e 1250 m ‘negativo’. Buona parte della cavità mostra un’origine vadosa, con un succedersi di pozzi che seguono fratture verticali, all’interno della formazione dei Marmi dolomitici. Questi tratti discendenti presentano anche un unico ambiente verticale di 310 m di profondità (blak hole o pozzo Mandini), tra i maggiori al mondo. L’Abisso Roversi è la più profonda grotta del territorio italiano e, nella graduatoria mondiale, si pone al ventesimo posto. Un valore aggiunto è dato dalla presenza di acque sotterranee che si dirigono oltre gli spartiacque superficiali, connettendo zone di ricarica del versante interno a risorgenze carsiche del versante marittimo delle Alpi Apuane.

Nov 26, 2014 - archeologia e affini    No Comments

Capannori (LU): Tomba con scheletro

 

Una  tomba con all’interno uno scheletro di una persona adulta che potrebbe risalire al IV o V secolo. E’ venuta alla luce in questi giorni nel sito romano di via Martiri Lunatesi a Capannori nel corso della campagna di ricerca, iniziata nel mese di settembre, che è organizzata dal Gruppo Archeologico Capannorese (Gac) sotto la direzione scientifica di Giulio Ciampoltrini della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana e la direzione tecnica di Alessandro Giannoni grazie ai finanziamenti del Comune di Capannori e della Fondazione Banca del Monte di Lucca.

Il ritrovamento è stato illustrato alla stampa nel corso di un sopralluogo che si è svolto stamani (martedì) al quale hanno partecipato il sindaco, Luca Menesini, il membro del consiglio di amministrazione della Fondazione Banca del Monte di Lucca, Luigi Rosi, il funzionario della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, Giulio Ciampoltrini, il direttore degli scavi, Alessandro Giannoni, e il presidente del Gruppo Archeologico Capannorese, Mauro Lazzaroni.

La sepoltura si trova nella zona ovest del sito, risalente all’epoca tardo – antica (IV – V secolo d.C.) dove si sviluppava un cortile e in cui sono state rinvenute tracce della sua ultima frequentazione, come resti di palizzate vicine a capanne o abitazioni.

La tomba è orientata in senso ovest – est e appartiene a un individuo deposto supino, con le braccia distese lungo i fianchi e le gambe parallele, all’interno di una fossa, direttamente nella nuda terra, senza oggetti di corredo né l’utilizzo di una bara. Essa appare sostanzialmente integra, salvo un intervento avvenuto dopo la deposizione, forse riguardante la rimozione di un segnacolo tombale, che ha parzialmente causato lo spostamento delle tibie e dei peroni e la perdita del piede destro.

“Un altro importante ritrovamento, che va ad arricchire il patrimonio archeologico della Piana di Lucca, dimostrando l’importanza dell’insediamento di via Martiri Lunatesi – afferma il sindaco, Luca Menesini -. Per l’amministrazione comunale lo studio storico del territorio e la cultura sono imprescindibili, ed è per questo che abbiamo investito nella realizzazione del museo Athena, mettendo a disposizione gratuitamente dei cittadini il suo patrimonio. Mi congratulo con il Gruppo Archeologico Capannorese e con tutte le persone che lavorano nel sito per l’importante scoperta e per il prezioso lavoro che stanno conducendo da quasi 10 anni”.

Ancora non è certo se il ritrovamento costituisca un episodio marginale all’interno dell’ultima fase dell’insediamento di via Martiri Lunatesi (tardo antica o alto medievale) o se costituisca la traccia della presenza di un’area cimiteriale nel settore ovest del sito archeologico, a margine della zona abitativa, in un’epoca, quale era quella paleocristiana, in cui si andava ormai perdendo il divieto pagano di seppellire i morti vicino alle case.

A questo e ad altri interrogativi dovranno tentare di dare una risposta le ricerche, che proseguiranno nelle prossime settimane, mentre informazioni sull’identità e sulla storia dell’individuo seppellito in via Martiri Lunatesi potranno essere fornite dallo studio antropologico dei resti scheletrici, che sarà effettuato dopo la rimozione.

Gli archeologi sono al lavoro sul sito di via Martiri Lunatesi dal 2005 e i risultati delle indagini permettono di ricostruire con precisione le tappe principali della sua storia; l’insediamento occupava uno dei dossi disposti lungo i numerosi rami dell’Auser, antenato dell’attuale Serchio, che solcavano il territorio di Lucca.

Il sito risulta occupato per la prima volta intorno al 150 a.C., quando venne impiantato un edificio utilizzato per la conservazione di derrate alimentari, poi ampliato e ristrutturato a più riprese nel corso dei secoli successivi, fino ad assumere il suo aspetto definitivo intorno al 100 d.C., quando si presentava come una grande struttura a due piani con tetto a doppio spiovente, cui era adiacente un cortile utilizzato per attività produttive. Intorno al 200 d.C. l’intero complesso appare utilizzato per la conservazione di granaglie e la cucina e preparazione di vivande calde, così da indurre gli scavatori a proporne l’interpretazione come tabernula o locanda. La locanda venne poi distrutta da un incendio intorno al 250 d.C. Il sito fu nuovamente occupato in epoca tardo antica, con la costruzione di uno o più edifici lignei che riutilizzavano in parte alcune delle strutture del vecchio edificio.

lo schermo

 

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