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Prato: Lorenzo BranchettiLorenzo Branchetti, il simpatico e bravo attore pratese, sta spopolando con il suo tour estivo e fra una battuta e l’altra del celebre folletto Milo Cotogno, non perde di vista il libro “Piccoli gusti”, che si è guadagnato il tit

Lorenzo Branchetti, il simpatico e bravo attore pratese, sta spopolando con il suo tour estivo e fra una battuta e l’altra del  celebre folletto Milo Cotogno, non perde di vista il libro “Piccoli gusti”, che si è guadagnato il titolo di Libro premiato daiblogger

Ecco alcuni dei suoi prossimi appuntamenti:

7  agosto Punta Ala (Livorno)

11 agosto  Casola Valsenio ( Ravenna)

18 agosto Catania

21-24 agosto  Sardegna

PICCOLI GUSTI è un sogno diventato realtà, concreta, tangibile, da vivere e gustare. Un sogno nato con un gruppo di persone belle e genuine  … Sognando insieme, il libro è diventato realtà.

 E’ uscito   in libreria e online il libro PICCOLI GUSTI. Consigli e Ricette per diventare Grandi Gourmet” edizioni SET srl – Società Editrice Torinese ; un’idea di Alberto Di Caso   e Loredana Tursi.

PICCOLI GUSTI è un percorso colorato, soffice e morbido, di ricette e consigli per far crescere i più Piccoli; una guida facile ed interessante per i più Grandi. Un libro da leggere insieme, per la FAMIGLIA, unico bene e valore indiscusso della nostra società. Ricco di foto ed illustrazioni, questo libro     possiede qualcosa di speciale, di unico. …la semplicità.

Vi guiderà in questo viaggio fatto di gusto e fantasia con un tipetto buffo e simpatico, un po’ folletto, un po’ grillo parlante ..il suo nome è Lorenzino, alias Lorenzo Branchetti

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Scheda “Piccoli Gusti” redatta da www.eventiset.it:

In Breve: Lorenzo Branchetti, conosciuto dai bambini come Milo Cotogno, il folletto della Melevisione, presenta una serie di ricette di cucina pensate per i piccoli. I consigli di Evelina Flachi, nutrizionista, volto noto della Prova del Cuoco, aiutano i genitori a mettere in campo una corretta educazione alimentare.

Contenuti: Oltre alle ricette, studiate per coinvolgere grandi e piccini nella preparazione dei piatti, il libro punta l’obiettivo sull’importanza del rapporto cibo e salute: giochi e indovinelli svelano le proprietà degli alimenti più utilizzati in cucina, una serie di esercizi di educazione motoria aiutano a combattere, diver- tendosi, la sedentarietà. Le tavole illustrate raccontano l’origine di tanti prodotti presenti sulle nostre tavole.

 

Vorno (LU): Vittorio Gaddi

 
 
Piotr Uklaski, Untitled, 2001. Collezione Gaddi

La Collezione Nunzia e Vittorio Gaddi impaginata a Vorno (frazione di Capannori, in provincia di Lucca) negli spazi di una tenuta di campagna votata integralmente all’arte contemporanea è giunta, oggi, ad una configurazione ideale per mostrare al pubblico (per appuntamento, vgaddi@notariato.it) un palinsesto di opere e progetti esclusivi davvero unici e preziosi. Divisa in due sezioni – un primo nucleo più storico e un secondo che mostra le nuove acquisizioni – la Collezione espone circa trecento opere che, tra linguaggi differenti e altrettanto differenti criteri organizzativi, propongono uno spaccato artistico sul presente dell’arte. Su un mondo in divenire che è cifra essenziale della collezione. Anch’essa volta a metamorfosi continue e a itinerari plurali. Ne parliamo con Vittorio Gaddi

Olafur Eliasson, White Doughnut, 2002. Collezione Gaddi

Qual è, in linea di massima, il disegno attuale della collezione?
«La linea guida della collezione è l’acquisizione di opere di artisti per lo più giovani ed emergenti il cui linguaggio ci appaia originale e che comunque abbiano una visibilità a livello internazionale per avere già esposto in spazi prestigiosi (non amiamo le scommesse troppo azzardate per cui preferiamo aspettare gli sviluppi piuttosto che acquistare un artista alle prime armi, anche se ci sembra interessante)».

A sinistra: Pae White, Mokau, 2002. A destra: Frank Nitsche, SHW - 4 - 2011, 2001. Collezione Gaddi

Per l’allestimento non ti sei rivolto ad alcun curatore e hai scelto di impaginare personalmente le opere. Che scrittura espositiva hai deciso di adottare?
«Non ci sono state regole precise cui mi sono attenuto, se non il gusto personale ed il tentativo di mettere insieme opere il cui impatto visivo risulti potenziato dalla reciproca vicinanza. Ho più volte constatato che lo spostamento di un’opera spesso ne modifica completamente la percezione in chi la osserva e quindi ritengo un aspetto assolutamente da non trascurare la ricerca della migliore collocazione delle opere».

Carsten Höller, Transparent Sphere, 2000. Collezione Gaddi

La tua collezione è formata prevalentemente di artisti non italiani. Piero Manzoni, Nunzio, Carla Accardi, Gina Pane, Eva Marisaldi, Luigi Mainolfi, Perino & Vele, Alfredo Pirri, Maurizio Savini, Giuseppe Stampone, Bianco-Valente, Botto & Bruno, Vanessa Beecroft, Giuseppe Gabellone, Stefano Arienti, Chiara Camoni e Margherita Manzelli sono alcuni nomi che rappresentano, ad oggi, nella tua scelta, la creatività italiana.
«Non posso negare che la presenza di artisti italiani nella collezione sia piuttosto limitata. Ciò è dovuto essenzialmente a due fattori. In primo luogo ritengo che, in generale, il lavoro degli artisti stranieri abbia maggiore qualità e forza rispetto a quello degli artisti italiani, che in molti casi si limitano a scimmiottare il lavoro altrui senza mostrare alcuna novità. In secondo luogo perché l’arte italiana contemporanea, per svariati motivi che non possono essere elencati in questa sede, gode di scarsa considerazione fuori dai confini nazionali (mentre noi cerchiamo di acquisire opere di artisti che abbiano e mantengano nel tempo una buona visibilità internazionale).
Ritengo però che negli ultimi anni la situazione italiana si stia evolvendo in senso positivo essendoci fra le ultime leve un nucleo di artisti di qualità, per cui si intravedono le condizioni per un rilancio dell’immagine dell’arte italiana contemporanea nel mondo.
Tra le ultime opere acquisite vi sono quelle di due giovani artisti italiani di grande talento: Chiara Camoni e Giuseppe Stampone (che ha realizzato nei nuovi spazi un bellissimo bookshop)».

Sarah Morris, Capital Grille, 2001. Collezione Gaddi
 

La tua preferenza declina, in molti casi, sulle regioni della pittura. Da quale condizione nasce questa particolare predilezione?
«La pittura è stato il primo amore e lo ritengo tuttora un linguaggio molto attuale, anche se snobbato da critici e curatori (ma i risultati delle più importanti aste internazionali dimostrano al contrario che l’interesse dei collezionisti per questo “medium” è sempre elevatissimo).
Non saprei dirti la causa di questo rapporto privilegiato. Può darsi che sia rimasto influenzato dal fatto che mia madre era una pittrice dilettante e fin da piccolo ero incuriosito nel vederla dipingere.
Purtroppo, anche a causa dell’ostracismo della critica che spinge i migliori talenti ad utilizzare altri “medium”, è molto difficile trovare tra le nuove generazioni pittori di qualità».

Atelier Van Lieshout, Womb, 2003. Collezione Gaddi


Oltre alla pittura ci sono, naturalmente, tutta una varietà di linguaggi dell’arte – il video, la fotografia, l’installazione e il site specific – che arricchiscono il tuo programma.

«Infatti la nostra collezione non trascura alcun aspetto della creatività contemporanea e devo dire spassionatamente che oggi faccio fatica a prediligere un linguaggio espressivo rispetto ad un altro»
.

Isa Genzken, Tor, 1996. Collezione GaddiElisabeth Peyton, Prince Harry, September 1998, 1998. Collezione Gaddi

Quale metodologia segui nell’acquisizione di un’opera?
«A monte c’è sempre un intenso lavoro preparatorio: visita di mostre nelle gallerie e nei musei, visita di fiere, lettura (fondamentale) di riviste qualificate italiane ed internazionali, esame di cataloghi e monografie. Una volta individuato l’artista che ci interessa contattiamo le gallerie che lo rappresentano e, fra le opere che ci vengono offerte, prendiamo in considerazione solo quelle che fanno scattare la scintilla. L’opera ci deve emozionare, altrimenti lasciamo perdere. Per noi è essenziale l’impatto visivo ed emotivo che l’opera suscita, a prescindere dalla tecnica utilizzata dall’artista. Non acquisteremmo mai un’opera concettuale che esprima un’idea importante ma non abbia anche un’immagine forte. Per intenderci non mi verrebbe mai in mente di acquisire un lavoro (immateriale) di un artista come Tino Sehgal, pur apprezzandone l’originalità.
Non acquistiamo mai alle aste perché preferiamo il mercato primario, anche se seguiamo i risultati come riferimento per le quotazioni degli artisti».

A sinistra: Gerwald Rockenschaub, Untitled, 1999. A destra: Lisa Ruyter, The Burning Hills (dittico), 2001. Collezione Gaddi

Verso quali orizzonti è proiettato, ora, il tuo progetto?
«Il progetto prosegue nella stessa direzione intrapresa fino ad ora, anche se la crisi economica e la situazione italiana attuale indubbiamente influiscono negativamente sia perché ci sono meno disponibilità economiche sia perché il malessere che si percepisce e la scarsa fiducia nel futuro tendono a smorzare gli entusiasmi.
Però la passione è sempre viva e, nei limiti del possibile, mi impegnerò per innalzare sempre di più il livello qualitativo complessivo della collezione, che però manterrà comunque l’attuale veste di collezione privata senza alcuna intenzione di creare in futuro una fondazione, fenomeno oggi assai di moda ma di cui non vedo, nella mia situazione, alcuna utilità».
 
exibart
 

Castellina in Chianti (SI): Francesco e Filippo Mazzei

 


Francesco e Filippo Mazzei

“Basta con le procedure burocratiche che fanno arrancare gli investimenti con i fondi Ocm in Sicilia” è quanto afferma Filippo Mazzei, amministratore delegato dell’azienda toscana I Marchesi di Mazzei insieme al fratello Francesco.

Realtà vinicola che vanta una produzione di un milione di bottiglie di cui circa 130 mila prodotte nell’azienda Zisola in Sicilia, nella zona di Noto. Nel 2003 infatti i Mazzei decidono di investire in questa lembo all’estremo sud d’Italia perché particolarmente vocata per i vitigni autoctoni e affinè alla Toscana. L’avvio avviene in un momento propizio per produrre vino in Sicilia dato il crescente interesse per questa regione del vino a livello internazionale. Lo staff reclutato, solo quello composto da persone che avessero il giusto background conoscitivo del territorio.

“Abbiamo iniziato a produrre a Noto in un momento propizio e, oggi posso dire che malgrado la crisi, mi sento ottimista e penso che in questo momento il mercato si trovi in  una “pausa di riflessione/consolidamento”, un passaggio delicato in cui le aziende potrebbero consolidare alcune realtà e potenziare la loro qualità. Certo è che per raggiungere questi risultati occorre avere i mezzi per farlo. E in questo senso i finanziamenti Ocm potrebbero rappresentare il canale giusto per una migliore promozione del made in Sicily nel mondo. Se non cambia il sistema per accedere a questi fondi, escludendo figure che possano sponsorizzare i nostri prodotti portando in giro per il mondo il marchio Sicilia, si rischia di essere sorpassati da altri Paesi che rispetto a noi hanno sì una qualità inferiore ma anche un facile accesso a questi fondi. In Spagna e in Francia – continua Mazzei-, l’accesso ai fondi Ocm ha un iter chiaro, semplice e definito. E questo spiega la facilità con cui questi soldi vengono spesi in toto mentre in Italia, per la burocrazia che paralizza tutto il sistema, questi finanziamenti risultano non utilizzati. Occorrerebbe semplificare tutta la procedura”. Un sistema sbagliato che secondo l’AD di Marchesi Mazzei potrebbe compromettere l’export per la maggior parte delle aziende italiane.

Malgrado ciò Filippo Mazzei si dimostra ottimista e pensa che in Sicilia ci siano tutti i presupposti per crescere e migliorare dal momento che “l’Isola ha un potenziale qualitativo alto  dato dalla sua antropizzazione ovvero la capacità di creare sinergia fra tradizione e uomo”.

Maria Antonietta Pioppo

ZISOLA SRL AGRICOLA

info@zisola.it

SEDE OPERATIVA:
Contrada Zisola
I-96017 Noto (SR)

SEDE LEGALE:
Loc. La Fonte, n°2
I-53017 Radda In Chianti (SI)

UFFICIO COMMERCIALE:
Via Ottone III di Sassonia n°5, Loc. Fonterutoli
I-53011 Castellina in Chianti (SI)

Tel: (+39) 0577 73571
Fax: (+39) 0577 735757

www.mazzei.it / mazzei@mazzei.it

cronachedigusto

Pisa: Angelo Michele Bafaro

GRAZIELLA TETA per toscanaoggi

Sul manichino c’è un abito in lavorazione, con spilli e imbastiture in vista, di un bel tessuto di colore blu. Alle pareti, una carrellata di premi, diplomi, riconoscimenti. In un angolo della stanza-laboratorio resiste una vecchia macchina per cucire, perfettamente funzionante, attorniata da forbici e rocchetti di filo. È il mondo di Angelo Michele Bafaro, 79 anni, maestro sarto («top taylor» lo chiamano all’estero), consigliere della giunta esecutiva della Federazione Nazionale Sarti e Sarte d’Italia, artigiano della Cna Federmoda di Pisa, pluripremiato con le «Forbici d’oro» dall’Accademia Nazionale dei Sartori e in decine di concorsi nazionali e internazionali.

L’abito sul manichino lo sta confezionando su misura per il figlio maggiore Piero, dirigente di banca a Milano. Non riesce proprio a smettere di lavorare e a mettersi a riposo il signor Angelo, e ripensa con nostalgia alla sua sartoria che, per 60 anni, ha vestito signori e signore, con abiti classici soprattutto, da giorno, da sera, da cerimonia. Tutti rigorosamente su misura. Nella sua «Sartoria Bafaro», con una ventina di collaboratori nei tempi più fiorenti, approdavano anche clienti provenienti da tutta Italia e dall’estero, richiamati dalla fama del «maestro» Michele.

La sua storia, semplice e straordinaria insieme, è una di quelle che raccontano del lavoro inteso come passione, dedizione, sacrificio, impegno, da cui ricavare rispettabilità, sobrie soddisfazioni e riconoscimenti e, soprattutto, quanto basta per comprar casa e tirare su famiglia. Come dire, i cari valori «di una volta», da riscoprire, valorizzare, trasmettere ai giovani d’oggi. Così Angelo Michele Bafaro ha pensato di far conoscere la sua storia, intrecciando vicenda umana e professionale. Ne è nato il libro «Una vita su misura» (Felici Editore, Pisa), con sottotitolo «La storia e l’eredità di un maestro sarto artigiano per le nuove generazioni». È la preziosa testimonianza di un uomo «che si è fatto da sé», basando la propria vita sul lavoro artigiano (memoria e storia del nostro Paese e, dobbiamo sperarlo, anche del futuro). Aneddoti e insegnamenti sono offerti con una narrazione semplice ed efficace: biografia, foto d’epoca in bianco e nero, poi i capitoli più tecnici che spiegano come migliorare lo stile, poi le riproduzioni dei suoi migliori cartamodelli che gli sono valsi numerosi riconoscimenti, ed infine consigli utili per scegliere l’abito giusto in ogni occasione.

Durante la presentazione del libro alla stampa, nella sede pisana della Confederazione nazionale dell’artigianato (Cna), il maestro dell’arte sartoriale Angelo Michele Bafaro ha anche dato dimostrazione di come utilizza il suo inseparabile attrezzo del mestiere, chiamato «tri-metro», che è un particolare apparecchio per «prendere le misure» al cliente. Spiega il sarto: «Si compone di tre metri collegati tra loro e serve per misurare in 3D, ossia per rilevare contemporaneamente tre dimensioni: lunghezza, larghezza e profondità. Una volta definite le misure, si fissano con il “foto-metro”, senza bisogno di trascriverle a mano come si faceva una volta. Questo sistema di misurazione consente di procedere poi a tagliare la stoffa in modo più veloce e preciso».<

Aggiunge Angelo Michele Bafaro: «Il libro, frutto di una vita di studio e di lavoro, l’ho scritto per lasciare memoria e per lanciare stimoli ai giovani, con l’intento di contribuire a salvare l’arte vera dei preziosi mestieri artigianali, come è quello sartoriale, patrimonio e cuore del made in Italy». Lui è stato anche insegnante della preziosa arte (in corsi promossi dalla Provincia di Pisa) e talvolta va anche nelle scuole (gratuitamente) a spiegare ai ragazzi il suo mestiere, sperando di appassionarli. «La sartorialità – dice – pur diminuita rispetto ad alcuni decenni fa, non è certo scomparsa con l’avvento degli abiti confezionati. Il lavoro c’è sempre: ancor oggi i clienti più affezionati mi cercano (ma gli anni si fanno sentire per me, e ormai occhi e mani non sono più abili come una volta). Semmai, è la fatica del lavoro che spaventa i giovani d’oggi, forse poco avvezzi ai sacrifici: per esempio, occorrono almeno 60 ore di lavoro per realizzare un abito su misura e oltre 60 mila punti. Il guadagno? Dipende da vari fattori: per esempio, qualità della stoffa utilizzata, modello scelto, difficoltà nell’esecuzione magari per problemi fisici del cliente, cui l’abito su misura deve nascondere difetti e valorizzare la figura. Comunque, si aggira in media attorno ai 1.000-2.000 euro per un capo completo da uomo, giacca e pantaloni».

Da piccolo Angelo certo non immaginava che un giorno sarebbe diventato un maestro sarto affermato, specializzato nel settore delle divise militari. Nasce nel 1933 a San Vito dei Normanni, in provincia di Brindisi, in una famiglia di coltivatori con quattro figli e una figliola. A 12 anni entra come allievo in una sartoria, più per necessità che per convinzione. Non conosce il lavoro, non eredita una tradizione di famiglia, Ma poi si appassiona: segue le riviste di moda, le prime sfilate, il nascere delle grandi firme italiane. Studia da autodidatta, migliora con tenacia le sue conoscenze. Poi il servizio militare a Pisa, a metà degli anni Cinquanta, e nel contempo vince il primo premio di un concorso nazionale di tecnica sartoriale. Spassosa la vicenda, accadutagli all’inizio del servizio di leva, che segnerà poi la sua futura vita professionale. Racconta Angelo: «Il capitano mi chiese che cosa sapevo fare: “il sarto tagliatore”, risposi io e lui, urlando, disse di rimando: “che me ne faccio di un sarto in caserma?”, e mi spedì in magazzino a distribuire le divise per i commilitoni. Poi accadde che lo sorprese un acquazzone: la sua bella divisa da ufficiale era zuppa e strapazzata. Corsi in camerata a prendere il ferro da stiro e gliela rimisi in sesto. Da allora, ufficiali e soldati venivano da me a chiedermi di confezionare per loro anche abiti borghesi». Nel frattempo aveva terminato il servizio militare, ma non i lavori acquisiti. «Così – continua – affittai un “fondo” a Pisa per terminare i lavori, ma non finivano mai e altre ordinazioni giungevano». Sicché a Pisa rimane nella sua sartoria per 60 lunghi anni, tagliando e cucendo abiti e divise di ogni tipo (per militari, vigili, ecc.) e mettendo su famiglia con Maria Concetta. Hanno due figli, Piero, 50 anni, che vive a Milano, e Enzo, 45, laureato in chimica, lavora all’Arpat («mentre cercavo lavoro – confida Enzo – ho dato una mano a papà, ma mi sono reso conto che non sono “tagliato” per la sartoria»).

Angelo Michele Bafaro, oggi nonno della diletta nipotina Margherita, sogna una «Università dei mestieri» dove i giovani possano imparare un lavoro da amare, un’arte artigianale cui appassionarsi e ricavarne soddisfazioni ed insegnamenti di vita che, come accaduto a lui, ripagano di ogni sacrificio.

Rinascono le botteghe dei mestieri
Perfino un noto mensile femminile di moda di recente ha titolato in copertina: «Mestieri cassaforte: i lavori artigianali che ci daranno da vivere», spiegando nel sommario del servizio: «L’artigianato è uno dei pochissimi settori che promettono posti di lavoro nel 2012: oggi se sai lavorare con le mani hai una chance in più. Hai mai pensato di diventare una maker?», si chiede alla lettrice che scopre così che è molto più glamour chiamare «maker» quello che fino a ieri era barista, ricamatrice, modellista o pasticcera (che oggi si autodefinisce perfino «cake designer»!). Anglicismi a parte, gli articoli sui giornali e i servizi in tv si sono moltiplicati in questo periodo di crisi economica conclamata, rilanciando un tema che, in verità, tiene banco da qualche anno: i giovani italiani snobbano i «mestieri» (lasciandoli agli immigrati), continuando ad inseguire il sogno borghese del posto fisso, che sempre più tale rimane, ossia un sogno. Reali, e s’allungano, sono invece le fila di disoccupati e precari a lungo termine, spesso con laurea «inutile» in tasca.

Già tre anni fa, e la situazione oggi non pare migliorata, secondo una ricerca della Confartigianato su dati di Unioncamere e Ministero del Lavoro, circa 23 mila posti di lavoro sono rimasti vacanti: cercati e non trovati barbieri e parrucchiere, falegnami, idraulici, meccanici riparatori, muratori, panettieri, pasticceri, pizzaioli, saldatori, sarti. I giovani preferiscono una scrivania di call center ad una piccola azienda artigiana o negozio che sia. Insomma, «imparare un mestiere» non li alletta: troppi sacrifici, troppa fatica e orari di lavoro impegnativi (fine settimana, turni anche di notte). E questo vale spesso anche per diplomati e licenziati delle medie, che aspirano ad un lavoro generico di «travet», piuttosto che ad imparare a tagliare capelli o stoffe, a saldare bulloni, a sfornare panini, pizze e torte.

Confartigianato ci riprova quest’anno, supportando l’iniziativa di Italia Lavoro (società partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Politiche Sociali) che intende favorire la trasmissione di competenze specialistiche verso le nuove generazioni, attraverso l’attivazione di percorsi sperimentali di tirocinio, chiamati «Botteghe di Mestiere» Si tratta, in pratica, di formazione on the job nei mestieri a vocazione tradizionale. Funziona così: le aziende artigiane di tutta Italia interessate ad attivare una «bottega» hanno presentato domanda attraverso le sedi locali di Confartigianato (scadenza il primo giugno, bando di Anva – Apprendistato e Mestieri a Vocazione Artigianale). Da settembre 2012 con ulteriori occasioni nel 2013, scatta la possibilità per gli aspiranti tirocinanti ad inviare il proprio curriculum indicando il mestiere di interesse. La «bottega» è sovvenzionata con 250 euro per ogni tirocinante ospitato; gli apprendisti del mestiere ammessi in bottega ricevono una borsa di tirocinio di 500 euro (lordi mensili). I tirocini sono semestrali, allungabili a 18 mesi. Al termine della formazione, prevedibilmente, i giovani makers avranno imparato un mestiere da spendere sul mercato del lavoro o per mettersi in proprio, diventando a loro volta artigiani. Forse, basta volerlo. (Per saperne di più:www.italialavoro.it – sezione Anva).